
Nairobi ci accoglie nella luce nuvolosa del primo mattino. Le giraffe nella bruosse intorno all'aeroporto e le cicogne sugli alberi, ancora gonfie di sonno, sembrano non accorgersi che qui c’è una città. Fabbriche, uffici, palazzi, negozi, banche, strade: centinaia di uomini e donne a piedi rendono vivi questi spazi compositi. Se non fosse per il colore della pelle diresti di stare in una qualsiasi città occidentale. Ma come ogni città, devi stare attento a decifrarne i segni. Qui il segno più grande è quello dell'ossimoro: ricchezza e povertà si fanno occhiolini di scherno reciproco. Ha senso, più che mai, pensare a Nairobi come sede del social Forum mondiale.
“Oggi l'Africa ha l’opportunità di mostrare quanto splende” ha detto una donna con orgoglio all’inaugurazione della manifestazione. “Mi rifiuto di accettare che il nome del mio continente sia associato alla morte: la mia terra è la culla della vita e dello spirito umano”.
Le migliaia di donne presenti oggi alla marcia di apertura e partecipi dell'entusiasmo festoso di Uhruru Park, rappresentano la forza più grande per il riscatto dei popoli. Da domani migliaia di persone da tutto il mondo, rappresentanti del mondo politico e della società civile, si confronteranno sull'incommensurabile tema dell’affermazione dei diritti: l’entusiasmo e la forza oggi percepiti, continuano a farci credere che i tempi siano maturi per svolte importanti.
Ilaria Salvi, assessore alle politiche del sociale
Francesca Valente, consigliere comunale
Il Khasarani Moi Center e’ un’arnia. Un grandissimo stadio trasformato in celle: aule, sale, stand, spazi circoscritti dove un brulichio di migliaia di persone ronza concetti e idee a molti fastidiosi. Il caldo equatoriale non soffoca la voglia degli africani di far sentire la loro voce, la loro presenza e la straripante voglia di protagonismo: ce lo dimostrano la musica, il colore, il folklore e l’organizzazione di questa enorme manifestazione, realizzata con mezzi essenziali ed una fantasia che rasenta il miracolo. La presenza contemporanea di decine di seminari e tavoli di discussione, testimonia il fermento che si vive, la voglia di confronto e di dialogo, l’importanza di sentirsi tutti cittadini di un mondo strettamente connesso nelle sue relazioni sociali, politiche ed economiche. Siamo disorientati nei confronti di tanta ricchezza, difficile scegliere gli argomenti e le esperienze su cui concentrarsi.
Al Social Forum sono molto sentiti gli obiettivi di sviluppo del millennio: abolire la povertà estrema, promuovere l’educazione primaria, eliminare le disequità di genere, ridurre la mortalità infantile e favorire la salute delle madri, promuovere lo sviluppo sostenibile e incentivare forme di collaborazioni istituzionali per lo sviluppo. Molte delegazioni, tra cui quella toscana, propongono incontri su quest’ultimo tema, mettendo in evidenza come la collaborazione tra gli enti del nord e del sud del mondo nel sostegno delle economie locali sia elemento primario.
Oggi abbiamo iniziato a rifletterci. Domani la delegazione toscana affronterà l’argomento a partire dalle proprie esperienze. Sarà ancora una giornata piena e faticosa ma ricca di incontri e scambio.
Ilaria Salvi, assessore alle politiche del sociale
Francesca Valente, consigliere comunale
“Politica, non carità”. È l’invito del presidente del Forum africano al convegno sulla cooperazione decentralizzata organizzato dall’Anci Toscana. Tutti gli intervenuti (gli amministratori di Mali, Guinea, Sudan, Ruanda, Burkina Faso che hanno attivato percorsi di cooperazione decentrata) insistono sull’importanza della politica locale per uno sviluppo che parta dal basso. Per combattere l’omogeneizzazione imposta dalla cultura globalizzata risulta fondamentale sostenere le autonomie locali nel coinvolgimento delle comunità, per sviluppare una partecipazione delle politiche di accesso ai servizi e per avviare e incoraggiare il percorso verso la sussidiarietà: attivare reti, contatti, gruppi di lavoro con altre autonomie locali e organizzazioni sovraregionali e sovranazionali diventa fondamentale per favorire condizioni di benessere. La riflessione immediata è che con la valorizzazione della partecipazione delle comunità la società africana possa combattere le sue mille contraddizioni. Dopo una presa di coscienza dello stato attuale c’è necessità di uscire dalla colonizzazione culturale che ancora mina il percorso di autodeterminazione del tessuto sociale. Al Social Forum stiamo assistendo alla rivendicazione dei diritti alla vita, alla salute, di genere, di uno sviluppo economico che segua regole di mercato trasparenti ed eque. L’augurio è che il fermento vissuto al Social Forum possa infondere a tutti, in particolare a chi ci ospita, la voglia di continuare in questa sfida che vede il bisogno di cambiare le relazioni non come possibile ma indispensabile.
Ilaria Salvi, assessore alle politiche del sociale“Jambo! Jambo!” ci gridano i bimbi battendo ai finestrini dell' autobus. Ci danno il benvenuto a Korogocho, uno degli slums ai confini della città, dove 120mila persone abitano baracche di lamiera cadente concentrate in un chilometro quadrato di terra. La vita del quartiere, un rottame di dignità negata, basa la sua economia sulla discarica che fa da fondamenta alle stamberghe: ogni giorno uomini, donne e ragazzi cercano nei rifiuti prodotti dalla città, qualcosa che ancora si possa usare, scambiare, vendere. I ragazzi della discarica, con i loro abiti luridi e i sacchi in spalla, cercano di scordare il fatto di essere vivi, stonandosi con le colle e i solventi della piccola bottiglia tra le labbra. I piccolini escono in strada e cercano quel contatto fisico abbracciante che non conoscono nella vita quotidiana. I grandi ti guardano con curiosità, molti di loro con speranza, condividendo con il Social Forum le rivendicazioni dei diritti, quello alla terra, alla casa, alla dignità. Gli abitanti di Korogocho pagano le tasse allo Stato e l'affitto agli speculatori che hanno costruito equilibrismi di latta su fogne a cielo aperto, dove urine e feci si mescolano ai percolati, ai risciacqui delle pentole, agli scarti di frutta e verdura, ai sacchetti di plastica, agli stracci, alle bottiglie e dove razzolano oche e galline fangose, dove brucano l'erba sporca e i rifiuti le capre spazzine, dove si affacciano botteghe di vestiti, frutta, verdura, macellai, barbieri, calzolai, fabbri, venditori di carbone, un’umanità povera, sporca, puzzolente, negata e dimenticata.
Nella chiesa del quartiere, quella di St. John retta dai comboniani, è festa per il nostro arrivo. Il quartiere ci accoglie nell’arena coperta dal sole impietoso a servizio della scuola dei padri coboniani, con uno spettacolo di musica, danze, giochi di acrobazia formidabili. I ragazzi di Korogocho sperano molto nel Social Forum e vedono in noi degli interlocutori, gente che può capire la loro condizione, la forza delle loro rivendicazioni, può ricordare al resto del mondo il fastidio delle loro esistenze. Non sanno che si sbagliano. Non possiamo capire nemmeno noi. Nessuno di noi ha mai passato nemmeno un’ora dentro una discarica alla ricerca del proprio sostentamento, ha mai dormito per terra dentro una baracca nella stagione delle piogge, ha mai visto tutta la sua famiglia sterminata dall' Aids, ha mai sofferto la fame, la mancanza di acqua, di energia: nessuno di noi ha mai vissuto la deprivazione e la depravazione della propria esistenza. Ma come da ogni situazione estrema, la forza che può sorgere è immensa. La bomba atomica di questo millennio sarà la collera dei miliardi di poveri del pianeta. E' il commento di padre Zanotelli, intervenuto a Korogocho al seminario “Land and house”, al quale hanno partecipato rappresentanti dei movimenti dei senza terra di Kenya, Santo Domingo, Brasile, Argentina, parlamentari (Mercedes Fiat, Giulietto Chiesa), coordinati da padre Moschetti.
Oltre un miliardo di persone, privato nella terra e della casa, preme sulle nostre frontiere, ma nessuno di loro preme sulle nostre coscienze.
Poi arrivano le cose ufficiose. Finché stai nel perimetro del kasarani e ti blindano all’Hilton per la pericolosità di Nairobi, neanche ti accorgi di aver cambiato continente. Korogocho ti mette alla prova e nella manifestazione irrispettosa, sfacciata, di quella miseria ti chiedi cosa stai facendo nella tua vita. Ti chiedi quale è la vita (la mia, la loro...), cosa è (lavoro soddisfacente, affetti, soldi... sopravvivenza?), che senso abbia e non credo nella grazia divina e nemmeno nell'espiazione di chissà quale peccato di una vita precedente. Ti verrebbe voglia di cercare un buchino, infilartici dentro e metterti a piangere, da solo, senza che nessuno ti veda e ti senta, un pò come questa gente che sta qui. Qui il dolore del mondo ti sovrasta e ti annichilisce. Mi chiedo davvero da che parte sto andando, se quello che faccio, che facciamo, può servire a cambiare qualcosa, anche la posizione di uno spillo. Non stiamo nello stesso mondo. Abitiamo e viviamo mondi paralleli. E lasciamo perdere i discorsi economici e moralistici del primo mondo che sfrutta il secondo, che impone le proprie regole, le proprie abitudini, la propria economia.... Non so chi dei due sia l'alieno, forse siamo alieni gli uni agli altri. Pessimismo cosmico, scusate.
Mi è stato chiesto di documentare, ma non sono riuscita a fare fotografie al safari dei miserabili. Mi vergogno a mettere in posa le nostre sconfitte. Per il resto, ieri interessante incontro sulla Palestina, in un filmato che ripercorre la storia degli ultimi anni, e la costruzione, l'idea allucinante del muro.
Kasarani Moi Center: ultimo giorno di dibattiti. Si tirano le conclusioni dei grandi temi che hanno animato in questi giorni centinaia di incontri e workshop.
Nel primo pomeriggio, in contemporanea, dalle 14 alle 16, conclusioni e proposte su: acqua, pace e giustizia, casa, dignità delle diversità, donne, diritti umani, giovani, cibo e riforma della terra, lavoro, educazione, sviluppo ed energia, salute, informazione, debito, migrazioni, cultura, cooperazione internazionale, bambini, economia alternativa, libero commercio. Poi le voci si fanno più quiete, cessa il suono dei tamburi, cessano di sfilare i cortei di chi in questi giorni ha dimostrato per rivendicare i propri diritti, gli stand vengono spogliati, i venditori ambulanti ripongono tutte le loro mercanzie.
Partecipanti dalla Toscana 26, partecipanti italiani (delegazione, tavolo per la pace ed enti locali per la pace e i diritti umani) circa 200.
Enti toscani finanziatori del Social Forum: Calenzano, Campi Bisenzio, Capannori, Cascina, Empoli, Fiesole, Follonica, Montelupo fiorentino, Montemurlo, Peccioli, Piombino, Pisa, Pistoia, Pontassieve, Pontedera, Portoferraio, Scandicci, Sesto fiorentino, Signa, Tavarnelle Val di Pesa, Uzzano. Comuni italiani: 74.
Importante l’impegno dell’Anci toscana nel raccogliere i fondi per contribuire alla realizzazione del Social Forum. Hanno contribuito, infatti, anche la Regione Toscana e la Fondazione Monte dei Paschi di Siena. I toscani sono riusciti a raccogliere 50mila euro, oltre la metà dell'intero contributo italiano.
Mi ha intervistata la NBC Kenya, chiedendomi le impressioni sulla manifestazione. Ho risposto che vengo dall’Italia, che si tratta di un evento che raccoglie persone da tutto il mondo, che è un modo per discutere delle proprie idee e per rivendicare i propri diritti e che mi auguro che sia di stimolo a quanti africani, specie fra i giovani, abbiano voglia di impegnarsi per rendere migliore la società in cui vivono. Mi auguro soprattutto che serva a dare voce e visibilità alla gente degli slums, che ha voglia di riscatto. Rispetto all'organizzazione ho detto che, essendo la prima volta che venivo in Kenya, non avevo idea di come potesse essere l'allestimento di grandi eventi e, quindi, non ho termini di confronto.
Non possiamo, però, non apportare qualche critica. Il Kasarani, ad esempio, è stato diviso con tendoni o polistirolo, quindi spesso essere in una sala significava non seguire il dibattito, specie se il microfono non funzionava. Dovevi urlare e sentivi l’amplificazione della conferenza accanto. Inoltre, il programma del Social Forum in alcuni casi si è dimostrato inadeguato, anche perché troppo spesso si è verificata una sovrapposizione dei seminari, sia nel numero che nei contenuti. Una migliore organizzazione avrebbe favorito una minore dispersione fra le delegazioni, in un momento in cui il volere di tutti è quello di lavorare insieme.
Una maggiore organizzazione del Social Forum, anche da un punto di vista logistico, sarebbe auspicabile: non per criticare l’organizzazione africana - che ha fatto fin troppo - ma perché è necessaria una maggiore collaborazione tra le comunità internazionali.
Oggi è stata una giornata sfiancante. Sveglia prima delle 6 per recarsi a Korogocho, da dove sarebbe partita la marcia attraverso le baraccopoli. Oltre 800mila persone nel 5 per cento di terra.
La marcia parte verso le 10 e sono molti coloro che attendono alla missione dei padri comboniani.
Il motivo è molto più concreto di quello che si possa pensare: ai partecipanti alla marcia viene data una maglietta per la quale viene chiesto un contributo simbolico di 10 scellini (ne costa 150). L’occasione di avere vestiti nuovi a poco è allettante per tanti. Ho assistito ad atti di bagarinaggio.
La marcia parte alle 10, con una enorme bandiera della pace che apre il corteo della delegazione italiana: un ragazzo di Korogocho mi chiede cosa significhi questo vessillo. La marcia è lunga, poco meno di 20 km, sotto il sole, al caldo. Si passa per tutti gli slums della città, sostenuti dagli abitanti, che appoggiano la manifestazione e ne proteggono i partecipanti. Korogocho è il luogo più fatiscente: nelle baraccopoli ci sono anche casermoni in muratura, anche se le condizioni igieniche e dei servizi rimangono le stesse. A un certo punto abbiamo dovuto salire sul marciapiede perché la strada era diventata un fiume di fango e fogna, nel quale non si poteva passare.
Il corteo è stato una gran festa: donne del quartiere che cantavano, coreani che inneggiavano slogan in spagnolo, africani ed europei che davano del “terrorista” a Bush e a Blair, altri che invitavano a mettere giù le mani dalla Somalia.
Al Social Forum abbiamo visto l'esternazione delle emozioni e della rabbia più intensa. La voglia di rivendicare e di costruire, quella di partecipare e di farsi sentire: manca ancora da capire come ci si possa far ascoltare.
Sui principi bisogna costruire qualcosa, e quello che ho visto qui è inesprimibile e soverchiante. Noi dovremmo pensare all’accoglienza dei migranti, a regolamenti che ne fissino diritti e doveri, alla possibilità, per loro, di una voce nelle scelte della città. Dovremmo dare un segno forte di riconoscimento dell’esistenza dei clandestini, perché non si può criminalizzare la povertà e la disperazione. Dovremmo attivare progetti, anche piccoli, in collaborazione con gli enti locali dei Paesi del sud del mondo, in modo da avere il controllo sulla partecipazione delle comunità nelle scelte dei progetti da attivare e il monitoraggio su quello che succede. Forse coinvolgere enti locali interessati può essere un buon passo avanti per la politica locale, il processo democratico e la costruzione di politiche più complesse a livello regionale e, magari, statale. Sto sognando uno sviluppo partecipato che cresce.
La marcia arriva a Uhuru Park alle 14.30. Per oggi è tutto, vi darò notizie domani.
Ilaria Salvi, assessore alle politiche del sociale